Ognuno è libero di pensare ciò che vuole sulla promozione e
l'esito del referendum svoltosi lo scorso mese di novembre in Svizzera sulla
questione dei minareti, ma di fronte ai proclami di un'ipotetica guerra santa
che recentemente il dittatore libico Muammar Gheddafi ha lanciato contro il
governo di Berna, è doveroso che tutta l'Europa faccia quadrato attorno
alla Confederazione elvetica per ribadire come abbiano salde radici -
nel nostro continente - sia la laicità dello Stato che la libertà dei
singoli elettori di esprimersi liberamente anche su certe questioni di carattere
religioso. D'altronde il divieto di costruire minareti non intacca la libertà di
culto degli islamici che risiedono in Svizzera. Esaminare quanto sta accadendo
tra Libia e Svizzera o, meglio, tra il clan del dittatore Gheddafi e la Confederazione
elvetica, è importante anche per comprendere quali scenari si possono
eventualmente verificare in futuro in quei Paesi occidentali che possano ritenere
opportuno rivedere le leggi che regolano i rapporti tra Stato e confessioni
religiose. Di questi argomenti parliamo con l'opinionista Giovanni Formicola,
da anni impegnato in Campania a tenere conferenze e incontri culturali sui
rapporti tra Islam e Cristianesimo.
Avv. Formicola, in linea di principio si può contestare alla Svizzera
l'aver indetto un referendum sull'edificazione o meno di minareti?
Tutti gli ordinamenti che prevedono istituti di democrazia diretta o di consultazione
popolare, qual è il referendum, escludono altresì per alcune
materie la possibilità di farvi ricorso. Quindi, se il referendum è indetto
su materia consentita, esso non è contestabile. Però, al di là della
legalità positiva – cioè la conformità al diritto
scritto e vigente –, il mero riferimento alla quale non soddisfa certo
la sua domanda, è pure evidente che, in via di principio, secondo la
buona filosofia politica ed anche la dottrina sociale della Chiesa, affidare
al mutevole gioco delle maggioranze popolari (ma anche parlamentari) questioni
che rimandano ai principi primi e alle stesse condizioni del vivere sociale
non è consigliabile, se non da evitare. Insomma, non si decide certo
a maggioranza il bene o il male, il vero o il falso, il giusto o l'ingiusto,
il diritto alla vita o la sua negazione.
Ma se non è questione da devolvere
all'opinione del popolo quella che concerne il panorama architettonico, l'arredo,
il profilo – con tutto il valore, oltre che estetico, simbolico e pedagogico
di tali elementi – delle città che esso abita, mi chiedo allora
quando e su che cosa possa e debba essere consultato. In conclusione, non solo è legittimo
di principio, ma è doveroso chiedere al popolo, alla sua maggioranza,
che volto preferisce per il suo ambiente urbano.
Appigliandosi all'esito del referendum, il colonnello Muammar Gheddafi
ha proclamato la "guerra santa" contro la Confederazione Elvetica.
Lei quale reazione - di fronte a questa decisione del dittatore libico -
si aspetta da chi in Europa sostiene il valore della laicità dello
stato?
Al di là del tono vagamente surreale della dichiarazione – che
tuttavia non conviene sottovalutare: il jihadismo diffuso è una realtà,
e che qualcuno possa prenderla sul serio non è un'ipotesi così remota –,
rileva la mancata reazione dell'Europa, sia quella istituzionale, che quella "sociale".
Forse si preferisce non prendere troppo sul serio il dittatore libico, però nessuno
s'è stracciato le vesti per questa ingerenza dal sapore "religioso" nella
politica, che fra l’altro gode nella fattispecie di una forte legittimazione
popolare, di uno Stato sovrano. E questa la dice lunga sulla duplicità di
pesi e di misure corrente in Europa. Cosa sarebbe accaduto se il Vaticano o
una qualsiasi autorità ecclesiastica, pur senza proclami di guerra,
avesse anche solo criticato l'esito di un referendum e/o una scelta sovrana
della Svizzera?
Sotto il profilo politico e religioso, in che misura si può descrivere
- a suo avviso - la gravità o meno di questa "guerra" voluta
da Gheddafi?
Lo stesso nome "guerra" dovrebbe inquietare. Associarlo poi alla "santità",
in riferimento a episodi come quello in esame, appare ancora più sconcertante,
per utilizzare un eufemismo. La gravità è già del fatto
in sé. Se poi qualcuno raccoglie l'incitamento, allora quella che poteva
sembrare una farsa da teatro dell'assurdo assumerebbe i caratteri della tragedia
epocale.
Avv. Formicola, ci può esporre più approfonditamente la
sua opinione sull'uso della cosiddetta "guerra santa"?
Cosa diversa, e certamente legittima per quanto tragica, è la guerra "giusta" – e
solo in tal senso potrebbe essere detta anche "santa", nel senso
cioè in cui giusto e santo sono sinonimi nella Scrittura –, come
tutt'ora insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica ai nn. 2307-2317, in
particolare al n. 2309. Il direttore di Cristianità e fondatore di Alleanza
Cattolica, Giovanni Cantoni, ricorda che accanto alla forza del diritto, c'è anche
talora il dovere della forza: che cosa avrebbe dovuto fare il Samaritano se
fosse passato non dopo, ma durante l'aggressione? Del resto, lo stesso venerabile
papa Giovanni Paolo II, insospettabile di tendenze guerrafondaie, con chiara
formulazione e con la grande autorità (ed autorevolezza) che gli era
propria, ha ribadito il tradizionale insegnamento secondo il quale «Ci
sono casi in cui la lotta armata è un realtà inevitabile a cui
in circostanze tragiche non possono sottrarsi neanche i cristiani» (Omelia
in occasione della celebrazione dei Vespri d'Europa nella Heldenplaz, Vienna
10 settembre 1983, ndr).
Secondo lei quale ruolo deve svolgere il Governo italiano in questa crisi
tra Svizzera e Libia?
Che dire? Se la politica ha una dimensione misteriosa, gli "arcana imperi" raggiungono
il loro acme nelle relazioni internazionali. Certo, verrebbe da rispondere
che sarebbe doveroso un intervento per provare a ricondurre a ragione il governo
libico. Per quanto banale e ovvia, questa è l'unica risposta che sono
in grado di darle.
In sostanza, ciò che sta succedendo tra libici ed elvetici, rafforza
o indebolisce -secondo lei - le motivazioni di quanti hanno promosso e votato
il referendum così da bocciare la possibilità di edificare
nuovi minareti?
Da un lato, dovrebbe rafforzarle nei loro fondamenti ultimi. Dall'altro, è non
piccolo il rischio che vi sia un contraccolpo psicologico di "paura",
tale da indurre ad una sorta di pentimento per il passato e per il futuro ad
una filosofia ispirata all’idea che non convenga "svegliare il cane
che dorme" (analoga a quella seguita ai tempi nei confronti dell'impero
socialcomunista sovietico, e come quella fallimentare: il cane né dorme,
né dormiva, e quindi non viene affatto svegliato da chi cerca di addomesticarlo
o almeno di fronteggiarlo).
In Italia esistono alcune moschee e un consistente numero di centri culturali
islamici. Se nel nostro Paese venisse indetto un referendum per limitare la
costruzione di nuove moschee e minareti, lei - alla luce di quanto sta accadendo
tra Svizzera e Libia - come si orienterebbe nell'esercitare il suo diritto
di voto?
Bisogna distinguere tra le moschee e i minareti. Le une sono qualcosa di diverso
e di più che un mero luogo di culto, ma certamente hanno anche questa
finalità. Pertanto, autorizzare l'edificazione di una moschea, o la
destinazione a tale uso di edifici preesistenti – con tutta la prudenza
del caso e non senza una qualche attenzione al principio di reciprocità –,
risponde all'esigenza di garantire la libertà religiosa, quando questa
non vìoli o metta in pericolo i principi e i criteri fondamentali dell'ordine
sociale (nessuno, ad esempio, potrebbe rivendicare il diritto, in nome della
libertà religiosa, di praticare sacrifici umani). Gli altri, i minareti,
sono accessori, non indispensabili al culto, alle moschee, e costituiscono
un autentico simbolo d'insediamento d'una religione che distingue poco o nulla
tra la dimensione cultuale e quella socio-politica.
Potrebbero perciò,
nella percezione del credente che distingue tra dar-al islam (la terra sottomessa)
e dar-al harb (la terra della guerra), rappresentare una sorta di "paletto",
di quelli che si usano per delimitare i confini, e così equivalere ad
una presa di possesso, a prescindere da qualunque riferimento al diritto positivo.
Inoltre, così come i campanili e con essi ogni ambiente urbano "insegnano" (l'hanno
ricordato sia Giovanni Paolo II che, recentemente, Benedetto XVI), anche i
minareti sono pedagogia di pietra. Nulla è indifferente, nessun contesto
può essere neutrale e ridotto ad un foglio bianco su cui scrivere ogni
giorno una nuova storia civile: in una civiltà in profonda crisi d'identità – che è la
condizione, psichiatricamente rilevante, dello smemorato –, i minareti
sono un fattore di aggravamento di tale crisi e un modo per riempire il vuoto
che essa causa. Non c'è dubbio: per conservare quanto residua e ricostruire
il tanto che è stato distrutto della nostra civiltà cristiana
e occidentale, tra le tante altre cose da fare, voterei anche come la maggioranza
degli svizzeri.
a cura di Carlo Silvano