Anche se i media non prestano la dovuta attenzione al
fenomeno dell'infibulazione, questa pratica sta assumendo proporzioni
preoccupanti in Europa, dove è stata importata da immigrati provenienti
da
diverse regioni dell'Africa e della penisola arabica. Anche la Confederazione
elvetica non è immune dal fenomeno dell'infibulazione: l’Unicef,
ad esempio,
alcuni anni fa stimava la presenza di 6700 donne circoncise in Svizzera. Per
comprendere questo fenomeno e imparare soprattutto ad usare le parole giuste
per realizzare un dialogo costruttivo tra chi è contrario all'infibulazione
e chi,
invece, la pratica e la tutela, ne parliamo con una studiosa svizzera, l'antropologa
culturale Michela Nussio*, che a questo fenomeno ha dedicato anche di recente
la
propria attenzione.
Dottoressa Nussio, cosa si intende per “circoncisione femminile” e
cosa, invece,
per “infibulazione”?
Con “circoncisione femminile” si intendono varie forme di pratiche
sui genitali
femminili che vanno da semplici lesioni a lesioni gravi, con asportazioni e
cucitura. L’infibulazione è la forma più estrema. In inglese
si parla di “Female
Genital Mutilation” (FGM), preferisco tuttavia non utilizzare il termine
“mutilazione” ma “circoncisione”.
Perché?
Il termine “mutilazione” dà l’impressione di una forma
di violenza che non è alla
base di questa pratica culturale.
Secondo lei, perché la circoncisione femminile è considerata
importante nei
gruppi sociali che la praticano?
I motivi sono molteplici. Va ricordato che dove questa ha luogo diventa la
norma
e viene percepita come tale. Aggettivi come “brutale” o “incivile” per
descrivere la
pratica o chi la mette in atto non aiutano certo a capire e risolvere la questione.
Sono spesso donne a operare, donne che loro stesse sono circoncise. Sono madri,
nonne, anziane che lo fanno di mestiere...
Come capire tutto questo?
In questo contesto diventa, come già detto, normale, giusto, indispensabile.
A
volte la pressione sociale è talmente forte da impedire di fare altrimenti.
La
circoncisione femminile può venir praticata all’interno di certe
etnie e diventa
quindi segno distintivo, identitario. Non essere circoncise può comportare
stigmatizzazione, con tutte le conseguenze che questo comporta; non riuscire
a
sposarsi è un esempio tra i molti. Può avere anche delle connotazioni
iniziatiche,
per marcare il passaggio da una fase all’altra e sottolineare, quindi,
l’entrata nel
mondo delle donne con uno nuovo status. Ha luogo anche per dei motivi estetici
o per migliorare lo stato di salute. Importante è anche la questione
sessuale. Per
quanto riguarda l’infibulazione si dice sia legata spesso al nomadismo
poligamo,
e che sia importante per evitare il tradimento del marito. In certi casi, inoltre,
l’infibulazione diventa prova di verginità. Si potrebbe vedere,
in certi casi, in tutto
questo un controllo della sessualità della donna, donna detentrice del
potere di
mettere al mondo figli, importantissimi all’interno della società.
In quali regioni è praticata l'infibulazione?
L’infibulazione è praticata in Burkina Faso, Ciad, Djibouti, Egitto,
Eritrea,
Etiopia, Kenya, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan.
In
altri Paesi si trovano altre forme di circoncisione femminile; all’interno
dello
stesso paese possono tuttavia convivere forme diverse. L’Organizzazione
Mondiale della Sanità fornisce i seguenti dati riguardo alla percentuale
di donne
tra i 15 e i 49 anni circoncise: Benin 17%; Burkina Faso 72%; Camerun 1%; Ciad
45%; Costa d’Avorio 42%; Djibouti 93%; Egitto 96%; Eritrea 89%; Etiopia
74%;
Gambia 78%; Ghana 4%; Guinea 96%; Guinea-Bissau 44%; Kenya 32%; Liberia
45%; Mali 91%; Mauritania 71%; Niger 2%; Nigeria 19%; Oman (non ci sono
dati); Repubblica Centrafricana 26%; Repubblica Democratica del Congo 5%;
Senegal 28%; Sierra Leone 98%; Somalia 97%; Sudan 90%; Tanzania 14%; Togo
6; Uganda 1%; Yemen 23%. Attualmente viene praticata anche in alcuni Paesi
occidentali, meta di molti immigrati, quali ad esempio l'Europa, l'Australia
e gli
Stati Uniti.
Molti sono convinti che la circoncisione femminile venga praticata solo
dai
musulmani. E' così oppure ci sono altri gruppi religiosi che la
eseguono?
È presente presso alcuni musulmani africani, copti in Egitto e nel nord
del
Sudan, ebrei etiopi in Israele, ebrei in Etiopia, presso alcuni animisti e
popolazioni senza religione. Per quanto riguarda l’Islam, non esiste
alcun testo in
cui venga affermato chiaramente che la pratica debba aver luogo. La
circoncisione femminile nasce ben prima dell’Islam. Viene menzionata
in una
sunna, ma il messaggio non è chiaro e quindi viene praticata
secondo
l’interpretazione. Dal punto di vista legale è proibita in quanto
la Sharia afferma
che l’integrità del corpo deve essere garantita. È una
pratica culturale che è
tradizionale e non religiosa. Lo dimostra il fatto che sia presente prevalentemente
in Africa. Interventi sui genitali femminili si riscontrano però anche
in altri
luoghi e in altri tempi, anche in Europa, e non tanto tempo fa.
Secondo lei, la cultura tipica di un gruppo etnico che pratica la circoncisione
femminile, ha la stessa "dignità" di una cultura -
come ad esempio quella
europea - che invece "condanna" le circoncisioni definendole
mutilazioni?
Si. Io credo che ogni cultura, di qualsiasi società, abbia la stessa
dignità. Mettere
le culture su una scala di valori è razzismo. All’interno dell’antropologia
culturale
è da tanto che non si pratica più questo tipo di valutazioni,
ciò che, purtroppo, ha
ancora luogo nell’uomo comune. Credo invece che, malgrado possano avere
importanza nel gruppo che le mette in atto, si possano condannare singole
pratiche culturali, questo si. Bisogna però ricordarsi di guardare anche
all’interno
del proprio di gruppo. Gli interventi chirurgici a cui molte donne occidentali
- ma
anche uomini- si sottopongono per apparire più belle, per quelli che
sono i
canoni di bellezza nella nostra società, vanno anche in questa direzione.
In base a quanto ora da lei affermato, come valuta la posizione degli
studiosi
che sostengono che la circoncisione femminile non può essere contestata
perché
risulta molto importante all'interno del gruppo sociale in cui viene
praticata?
Il relativismo culturale più estremo afferma che una pratica culturale
come quella
in questione non debba essere contestata perché tutte le culture e quindi
anche i
suoi prodotti devono essere rispettati. L’universalismo, al contrario,
afferma che
ci sono dei valori che vanno applicati a tutti. È comprensibile, però,
che non tutti
hanno lo stesso modo di considerare certi valori. Ne risulta il fatto che è difficile
riuscire ad applicare certi diritti umani. Rimane però importante ricordare
che si
sta parlando di sofferenza. È una pratica che causa dei problemi alla
salute, che
causa dolore e nei casi più estremi anche morte, aspetti sui quali può essere
più
semplice far leva. Parlare di sessualità, di integrità del corpo
o altro, può risultare
più complicato.
In generale, quali sono i valori - salute, rispetto per la vita, libertà di
pensiero,
ecc. - che i gruppi che praticano le circoncisioni femminili hanno in
comune con
gli europei?
Ogni gruppo ha i suoi valori che all’interno di questo vengono considerati
importanti. Fare dei paragoni tra Paesi lontani, in cui regnano culture diverse, è
un compito molto arduo, se non impossibile. In quanto a salute, rispetto per
la
vita e libertà di pensiero, credo che esistano anche in Europa dei Paesi
in cui a
molte persone, non sono totalmente concessi. La malasanità di certi
Paesi o
l’ambiente lavorativo in cui certi operai sono obbligati a lavorare,
ne sono un
esempio.
Quali sono gli aspetti che ritiene interessanti in merito alla lotta portata
avanti
dalle donne locali per bandire la circoncisione femminile?
Credo che le donne locali possano contribuire a provocare dei cambiamenti,
in
quanto conoscitrici della loro cultura, in quanto, se attiviste, convinte.
Ciò non
toglie che degli ulteriori aiuti esterni possano donare dei frutti.
L'infibulazione viene praticata clandestinamente anche in Europa. Riguardo
alla Confederazione Elvetica quali dati lei dispone sulle mutilazioni
genitali
femminili?
L’Unicef stimava, alcuni anni fa, la presenza di 6700 donne circoncise
in
Svizzera. A livello mondiale si parla di 100-140 milioni.
Quali possono essere - secondo lei - i pro e i contro di una eventuale
legalizzazione della circoncisione femminile in Europa?
Da un lato si potrebbe garantire la libertà di esprimere la propria
cultura, sotto
forma di pratica culturale, a chi la considera importante. Nei nostri Paesi,
tuttavia, la circoncisione femminile è considerata illegale. Alcuni
Paesi hanno
creato delle leggi apposite, altre la considerano una lesione corporale grave.
Si
tratta di una questione attorno alla quale girano diversi aspetti etici: da
un lato ci
si può chiedere chi ha il diritto di dire quale sia la cosa giusta,
dall’altra si vuole
evitare la sofferenza.
In conclusione, qual è la sua opinione - come donna e come antropologa
- sul
fenomeno delle mutilazioni?
Capisco le logiche interne ai gruppi che la praticano e le rispetto, ma non
accetto
una pratica che causa sofferenza. Questo non riguarda soltanto i Paesi lontani,
ma anche i nostri. Quando un essere umano viene sottoposto a delle pratiche
culturali che gli causano sofferenza credo che ognuno abbia il diritto di dire
la
propria opinione in merito. È importante conoscere il contesto culturale
per
capire, è importante conoscere tutti gli aspetti etici, ma è importante
anche
prendere posizione. Va trovato un giusto equilibro tra il relativismo culturale
e
l’universalismo. Va compresa la cultura di una determinata società senza
etichettarla come qualche cosa di barbaro, ma bisogna tuttavia dare una scala –
attraverso i diritti umani – con cui misurarsi. Il relativismo, quindi,
per
comprendere, l’universalismo per far discutere, dialogare, limitare.
La
combinazione dei due approcci può forse fornire una nuova importante
prospettiva per cambiare la situazione. Credo che anche nei nostri Paesi, tuttavia,
ci debba essere molta più informazione e sensibilizzazione, soprattutto
per coloro
che lavorano direttamente con gli immigrati. In diverse regioni africane ci
sono
stati dei cambiamenti, fino ad arrivare anche all’abbandono della pratica.
La
storia ricorda diverse pratiche culturali sul corpo che, per la loro nocività,
sono
state abbandonate. Mi auguro questo possa accadere anche con la circoncisione
femminile.
a cura di Carlo Silvano,
carlo.silvano@poste.it
*Michela Nussio (Samedan 1981) ha conseguito la laurea in Scienze
antropologiche all'Università di Bologna. Ha pubblicato il saggio “Val
Poschiavo:
una valle alpina nel mondo”, in “ Una memoria per
gli emigranti” a cura di C.
Silvano, Ogm editore 2007, pp. 67-83.