Immigrati: il diritto ad avere migliori condizioni di vita
Pubblicato il Venerdì, 02 ottobre 2009 @ 00:18:36 BST |
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Recentemente ho seguito una trasmissione televisiva dedicata alla tragica morte
di Sanaa Dafani, una ragazza marocchina uccisa dal padre che non tollerava la
relazione sentimentale che la figlia aveva con un giovane di Pordenone.
Dopo aver ascoltato i vari interventi, pensavo che in Italia buona parte della
popolazione carceraria è composta, oggi, da detenuti immigrati che sono
entrati nei circuiti criminali, e, in genere, devono scontare pene per reati
come lo spaccio di sostanze stupefacenti e per lo sfruttamento della prostituzione.
La realtà immigratoria, però, pone anche nuovi problemi e nuove
illegalità un tempo sconosciute nella nostra società. Mi riferisco,
in particolare, al fenomeno della poligamia e a quello dell'infibulazione.
Nella
sola Italia, ogni anno, circa seicento bambine figlie di immigrati sono esposte
alla mutilazione dei genitali che le segnerà per tutta la vita. Numerosi,
poi, i casi di poligamia che si verificano anche in Italia: quanti immigrati
chiedono, ad esempio, di poter assumere una badante del proprio Paese di origine
quando, in realtà, si tratta della loro seconda moglie?
Chi si trasferisce
in Europa in cerca di migliori condizioni di vita deve rispettare le nostre
leggi, e la pratica della poligamia, alla luce del nostro ordinamento giuridico
e dei valori fondanti della nostra società, è percepita dagli europei
come un'odiosa sottomissione della donna all'uomo. Chi, in cerca di migliori
condizioni di vita, viene in Europa per lasciarsi alle spalle situazioni di miseria,
malattie, guerre, degrado morale e altro ancora, ha il dovere di “lasciare” nel
proprio Paese di origine tutte quelle pratiche e quelle consuetudini che le nostre
leggi vietano.
Ciò perché per “migliori condizioni di vita” non
si devono intendere solo i benefici che derivano dall'avere, ad esempio, un'abitazione
degna di essere chiamata casa, un conto in banca, un'auto, un telefonino e
altro ancora, ma anche e soprattutto quelle conquiste civili che si esprimono
attraverso la libertà personale, come quella di manifestare le proprie
idee politiche, un proprio stile di vita, la propria fede, e, non ultima, anche
la libertà di
decidere di abbandonare la religione della propria comunità di origine
per abbracciare un nuovo credo religioso.
In quest'ottica, allora, è giusto
che un lavoratore straniero chieda il ricongiungimento dei propri familiari,
a condizione, però, che poi non impedisca ai propri cari, una volta
giunti in Italia, di compiere delle scelte, di adottare quegli stili di vita
che nel nostro Paese sono condivisi anche se questi sono in netto contrasto
con i costumi del Paese di origine. Si pensi ad alcuni episodi che hanno avuto
come protagoniste giovani donne – come Sanaa – barbaramente trucidate
dal proprio genitore perché non volevano più vivere secondo le
consuetudini della comunità di
etnica di provenienza.
dott. Carlo Silvano – Treviso
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