Per più di trent’anni è stato insegnante e da dieci anni è pensionato;
il suo tempo lo
trascorre occupandosi dei familiari - sparsi tra il Ticino, Ginevra e l'Africa
-, del giardino,
dell’orto e non mancano passeggiate nei boschi alla ricerca di funghi.
Trova un po’ di
spazio anche per curiosare nelle biblioteche e negli archivi della Svizzera
di lingua italiana.
Stiamo parlando di Giorgio Tognola*, originario di Grono,
che recentemente con le Edizioni
l'Ulivo ha pubblicato il volume “Miserere mei”, dove ha raccolto
quattro racconti
ambientati nei secoli scorsi in Val Calanca e nella Mesolcina, e ha come protagonisti
ufficiali, umili donne condannate come streghe, contadini e religiosi.
Prof. Tognola, perché questo titolo al suo libro?
Si tratta del titolo del primo racconto inserito nel volume e che, in un certo
senso, ho
“rubato” al grande poeta milanese Carlo Porta.
In che periodo ha scritto i racconti inseriti nel volume?
I quattro racconti del libro sono stati pensati per tanti anni, poi, una volta
cessata la mia
attività di insegnante, ho trovato il tempo di scriverli e di presentarli
a un ristretto gruppo
di amici.
Nei suoi racconti c'è un misto di verità attinta dalle sue
ricerche archivistiche e fantasia.
Perché questa formula?
Pensando ai miei potenziali lettori
ho voluto rendere lo scarno documento da me
consultato un po’ più appetibile ricamandogli attorno qualche
cosetta in più.
Quali documenti ha consultato?
Tanti! Ad esempio ho avuto modo di studiare il verbale di un interrogatorio
di una
presunta strega trovato nell’angusto archivio di Roveredo (Grigioni italiano),
il malridotto
quinternetto del medico di Soazza ora custodito nell’“Archivio
a Marca” di Mesocco, il
“liber defunctorum” tenuto dai cappuccini di Santa Maria di Calanca,
il verbale del
viceprefetto dei cappuccini di Mesolcina e Calanca che si trova nell’Archivio
dei cappuccini
della Salita dei frati di Lugano, il testamento che un’anziana signora
mi ha permesso di
fotocopiare, il testamento di Antonio Gioiero pubblicato sui Quaderni Grigionitaliani.
Tutti questi documenti mi hanno suggerito le storie. Quale insegnante riuscivo
ad
accalappiare - purtroppo non sempre - l’attenzione degli allievi con
i bei racconti della
storica Eileen Power (1899-1940), ed è proprio grazie alla storica inglese
che riuscivo ad
introdurre e sviluppare i temi non sempre facili che il programma di storia
prevedeva nei
quattro anni di scuola media. I miei quattro racconti sono cresciuti anche
pensando a “Vita
nel Medioevo” (Einaudi, 1966), “C’eravamo anche noi” (Bovolenta,
1981), “Ragazzi nella
storia” (Bovolenta, 1982) e tre libri di Eileen Power.
Nel primo racconto descrive la vita in montagna e i processi per stregoneria.
Su
quest'ultimo aspetto, e in qualità di storico, quali sono le sue
considerazioni?
La miseria costante, l’insicurezza, l’essere in balia delle forze
della natura, la fragilità e la
paura legate al mondo della montagna, l’ignoranza, le allucinazioni possono
spiegare solo
parzialmente quel fenomeno assai complesso che conosciamo come “caccia
alle streghe”.
Queste spiegazioni sono però insufficienti, in quanto la persecuzione
delle streghe fu
soprattutto un atto di intolleranza sociale; essa è coincisa con momenti
di paura (eresia
luterana, peste, guerre, e altro ancora) in cui gli uomini vedono venir meno
il loro potere,
gli uomini non pensano più con lucidità, si rifugiano su posizioni
immutabili, sui
pregiudizi. In tempi sereni ci si può concedere il lusso dello scetticismo,
ma quando infuria
le tempesta gli uomini si rifugiano nel conservatorismo, nell’ortodossia.
Queste sono un po’
le mie considerazioni a proposito del fenomeno della stregoneria.
Nel racconto "Historia di un franco valligiano in rozza casacca",
dedicato al colonnello e
cavaliere pontificio Giovanni Antonio Gioiero, originario della Val Calanca,
qual è il
confine tra la realtà e la fantasia?
Per la storia di Antonio Gioiero mi sono basato sul libretto del canonico Simonet,
pubblicato a Roveredo nel 1926, sul testamento del cavaliere, sulle annotazioni
del genero
del Gioiero a Marca. Mancavano documenti (e non poteva essere altro) sull’infanzia,
l’adolescenza, gli studi, l’inizio della sua carriera militare,
sugli amori proibiti e sui suoi due
figli naturali. L’incontro con il sacerdote Nicolò Rusca è pure
frutto della mia fantasia,
anche se alcuni storici ipotizzano una presenza del Gioiero nel Collegio elvetico
di Milano.
La morte causata dal veleno è documentata, non si conosce invece colui
o coloro che
l’hanno somministrato.
La Mesolcina e la Val Calanca viste da uno storico e scrittore. Cosa rimpiange
dei tempi
andati e cosa cambierebbe, invece, della vita di tutti i giorni?
Non sono né storico, né scrittore e del passato non rimpiango
niente (la gioventù che non
c’è più, quella sì). Sul territorio che ho conosciuto
in gioventù il bosco, la foresta, l’incolto
stanno riconquistando campi, prati, pascoli, nuclei di cascine; nei villaggi
la memoria del
passato, del genere di vita caratterizzato dalle fatiche delle donne, dall’emigrazione
dei
maschi è un tenue ricordo di pochi. Forse per meglio apprezzare quanto
si ha in questo
secolo un po’ di memoria del passato non guasterebbe.
In alcuni incisi lei ha usato delle espressioni dialettali. Quale futuro
vede per il dialetto
della bassa Mesolcina?
Nel primo racconto ho usato anche il dialetto. Me lo ha suggerito la scrittrice
Laura Pariani
di “Il paese delle vocali” e di “La signora dei porci”.
L’ho usato perché mi sembrava la
lingua più adatta nella bocca di contadini, di alpigiani di allora.
Il dialetto usato ora mi
sembra un po’ una moda destinata a soccombere di fronte all’incalzare
del mondo globale.
Il dialetto era sì la lingua della madre, dei sentimenti, del calendario
dettato dalla Chiesa,
ma era principalmente la lingua del lavoro indissolubilmente legata al territorio,
al lavoro
dei contadini, degli alpigiani, dei boscaioli, attività che nella maniera
descritta dai racconti
non esistono più.
Per promuovere e tutelare la cultura locale è molto importante
il ruolo svolto dalle case
editrici. Alla luce di questa sua esperienza come autore di un libro,
come giudica il
panorama editoriale nella Svizzera di lingua italiana? Cioè, soprattutto
per i giovani
autori mesolcinesi, ci sono, dal suo punto di vista, concrete possibilità per
scrivere,
pubblicare, promuovere e diffondere libri?
Non posso esprimermi sul ruolo delle case editrici nella Svizzera italiana,
non lo conosco.
Avevo letto i miei quattro racconti ad alcuni amici, i quali mi hanno consigliato
di proporli
ad un editore; l’ho fatto e la prima casa editrice interpellata me li
ha pubblicati.
Ultima domanda: un buon motivo per proporre la lettura del suo libro.
Ad alcuni è piaciuto! Provate anche voi a leggerlo.
a cura di Carlo Silvano
carlo.silvano@poste.it
*Giorgio Tognola, “Miserere mei -
Pagine di vita mesolcinese e calanchina tra
stregoneria, religione, politica e emigrazione dal 1500 al 1700”,
edito dalle Edizioni Ulivo
di Balerna nella collana "I randagi", pp. 123, CHF 25, Euro
17. Il prof. Tognola è anche
autore di un volumetto (dedicato al comune in cui vive da oltre trent’anni)
intitolato
“Momenti di storia di Bedano” (2003); attualmente sta
preparando un percorso storico del
villaggio calanchino di Rossa.
